Tratta di persone: le vittime donne e minori

Maria Monteleone
Procuratore aggiunto a Roma
Coordinatore del Pool Reati contro Donne e Minori  

Ringrazio la Pontificia Accademia delle Scienze e Mons. Sánchez Sorondo per avermi dato modo di prendere parte a questo importante incontro che, al termine di due intensi giorni di lavori, possiamo definire davvero speciale e che ci consentirà di tornare al nostro lavoro certamente arricchiti, sul piano personale e professionale.

La “tratta di esseri umani” (Trafficking of human beings), definita – a ragione – la peggiore schiavitù di questo secolo, costituisce uno dei comportamenti criminali più diffusi al mondo, riconducibile prevalentemente, ma non solo, al crimine organizzato.

Il fenomeno è strettamente connesso all’attuale situazione mondiale, alimentato dalle tragiche condizioni di vita in molti paesi dell’Africa e dell’Est europeo, dalle guerre in corso e, con un’escalation dell’ultimo periodo, dal terrorismo di matrice islamica, fattori che determinano flussi migratori verso l’occidente di migliaia di persone bisognose e terrorizzate; il che, evidentemente, favorisce il prodursi di quelle tipiche condizioni di soggezione e di prostrazione delle vittime, terreno fertile ed opportunità di business per le organizzazioni criminali.

Tutti i documenti elaborati dalle organizzazioni internazionali – anche i testi di derivazione italiana – indicano cifre davvero impressionanti, specie quelle relative al numero delle vittime, sintomo di un fenomeno in continua espansione, che si evolve anche in parallelo con le crisi economiche e con l’accentuarsi delle differenze sociali e del livello di vita e di benessere che dividono la popolazione mondiale.

Tale drammatica condizione interessa molti paesi, coinvolge milioni di persone in tutto il mondo, soprattutto donne e bambini, costretti sovente a vivere come schiavi, venduti, ceduti, considerati nulla più che “oggetti”; la realtà quotidiana ci rammenta anche che dette dinamiche criminose non riguardano soltanto paesi lontani da noi, dal momento che, come accennato, molte vittime sono donne e bambini dell’Europa dell’Est.

Le ragioni principali di una così preoccupante espansione del crimine che andiamo esplorando vanno ravvisate nella sua particolare redditività; le organizzazioni criminali, prevalentemente straniere, si sono concentrate su questa aberrante forma di sfruttamento (destinando risorse e uomini) che rende complessivamente ben 32 miliardi di dollari l’anno, secondo le stime prodotte dagli organismi specializzati.

Al riguardo, si è avuto modo di verificare, dall’esame degli atti processuali, come in Italia il ricavo medio giornaliero si aggiri intorno ai 220 euro per ogni vittima e che nel 97,8% dei casi questo profitto finisce interamente nelle mani dello sfruttatore, il quale spesso non concede alla vittima neppure il necessario per sostentarsi, costringendola a vivere in condizioni disumane.

Secondo Frontex (l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione), il traffico di esseri umani (nel quale va ricompreso il traffico delle persone destinate al mercato del sesso in Europa) ha raggiunto un livello di redditività addirittura maggiore di quello del traffico di armi e di stupefacenti; il fenomeno, considerata la sua diffusione geografica, è destinato drammaticamente ad incrementarsi, anche per effetto dall’impressionante ricorso dei trafficanti ai social media (rete internet), per la possibilità di attingere ad una pubblicità che attira migliaia di disperati con “utilità promettenti”.

In tale contesto, è molto difficile colmare lo “iato” esistente tra il diffondersi del crimine e la risposta delle attività investigative e repressive che gli Stati sono capaci di mettere in campo, e ciò non solo per la complessità e la transnazionalità del crimine.

L’esame del fenomeno criminale nel medio/lungo periodo, autorizza, infatti, ad affermare che le normative di cui si dotano gli Stati per fronteggiarlo divengono in tempi brevi inidonee e superate, per la particolare capacità dei criminali di “adeguare” le loro strategie operative al mutato quadro sanzionatorio, di adattare le condotte a modalità e metodi che consentono loro di sfuggire alla repressione e di sottrarsi ad ogni possibile azione di contrasto.

A livello globale – anche in Italia –, la tratta di esseri umani si connota per la sua incidenza prevalente nei confronti dei soggetti più vulnerabili e indifesi: donne e bambini provenienti da paesi poveri nei quali, peraltro, già erano costretti ad un’esistenza di sopraffazione e di disagio.

Sul piano della valutazione tipologica del soggetto passivo, l’analisi –condotta precipuamente in Italia – fa emergere la vittima tipica dello sfruttamento, corrispondente al profilo di un/una giovane, età media 25 anni, di sesso femminile (nel 75,2% dei casi), di nazionalità estera (principalmente rumene – oltre 51,6% – e nigeriane – 19%); nel 15,7% dei casi la vittima è minorenne, e nell’11,7% trattasi di soggetto con inferiorità fisica o psichica (handicap).

La netta prevalenza di vittime provenienti dalla Romania (a livello europeo) e dalla Nigeria (sul piano internazionale), rende chiaro come il fenomeno criminale in parola abbia assunto in detti Paesi un carattere strutturale ed endemico (a cagione della sua notevole rilevanza economica), palesando un consolidamento ed una pervasività che sopravvivono da anni ad ogni possibile intervento repressivo.

Tra i vari motivi che inducono le persone a resistere agli abusi e allo sfruttamento, si possono, per lo più, annoverare l’estrema situazione di necessità e la mancanza – presunta dalle vittime – di alternative ad una condizione inumana, che garantisce comunque il minimo dei mezzi per il sostentamento.

In proposito, rammento un caso sintomatico: nel giugno del 2015, Krisztina, una ragazza rumena, appena maggiorenne, vittima di sequestro di persona, tratta e riduzione in schiavitù insieme alla sorella e ad altra ragazza minorenne, venne venduta come moglie a Roma per circa 3.000 euro. Era costretta a vivere nella nostra Città in condizioni di estremo disagio e di degrado fisico e morale, impostele dall’uomo che l’aveva “comprata”, con il quale poteva uscire solo per rovistare nei cassonetti della spazzatura. Ciò nondimeno, nel descrivere il suo stato, la ragazza dichiarò che il suo aguzzino “la tratta bene [….] che in Italia sta bene e non vuole tornare in Romania [….] perché lì stava peggio [….]”, soggiungendo che uno dei sequestratori “era stato buono perché le aveva dato da mangiare e da bere”.

Diverse le modalità con le quali le vittime sono sopraffatte per essere “dominate”. Generalmente, le donne provenienti dall’Europa dell’Est (soprattutto rumene, albanesi e bulgare) vengono indotte con l’inganno a venire in Italia e poi inserite nel mondo della prostituzione ed obbligate a subire violenze; le ragazze nigeriane vengono spesso anche minacciate con riti e pratiche locali.

Nel corso di alcune intercettazioni telefoniche, riguardanti un’organizzazione accusata di tratta di ragazze della Nigeria, si apprendevano i metodi attraverso cui era stato ingenerato il terrore in una ragazza costretta a prostituirsi; gli interlocutori raccontavano che “il padre della ragazza l’ha portata dove ha fatto il giuramento davanti il tempio di voodoo, le hanno dato il cuore di un gallo da mangiare e lei l’ha mangiato [….] il giuramento è questo, se lei non paga [….] entro un anno quello spirito la tormenterà [….] gli spiriti di voodoo la uccideranno [….]. Un altro interlocutore affermava chechi sta sotto la madame non ha nessuna libertà” aggiungendo che “Happy era rimasta incinta 5 volte e ha sempre preso quelle compresse che hanno sempre funzionato”.

Un uomo, coinvolto nella tratta di una giovane donna, alludendo alla “preparazione” che ella aveva subito prima di essere inviata in Italia, “assicurava” che “prima di portare via la ragazza dalla Nigeria, l’ho fatta dormire con tante persone, poi le hanno fatto tante cose”. Chi, come noi, ha maturato esperienze investigative su questi fenomeni, può ben presumere in cosa si siano sostanziate le “tante cose” subite dalla povera ragazza nigeriana.

Un aspetto particolare, che merita attenzione, attiene alla circostanza che le vittime individuate hanno subito nella maggior parte dei casi uno sfruttamento di tipo sessuale; come accennato, la maggioranza (65%) delle vittime registrate proviene da Stati membri dell’UE (Romania e Bulgaria), mentre per i cittadini extracomunitari i principali paesi di provenienza sono Nigeria e Brasile. Per restare all’ambito italiano, anche i dati raccolti (a settembre del 2015) nel nostro Paese sono in linea con quelli degli organismi internazionali ed indicano, peraltro, la prevalenza a livello assoluto di imputati di nazionalità rumena. Inoltre, più di 70 sospetti trafficanti su 100 sono di sesso maschile.

La tratta di esseri umani si conferma, pertanto, essenzialmente un fenomeno criminale di “genere”, poiché colpisce in prevalenza le donne maggiorenni, nella misura del 49% circa delle vittime, e le ragazze minorenni per un ulteriore 21% circa.

È innegabile come tutto ciò sia anche riconducibile ad una questione “culturale”, alla “diffusa normalizzazione dello sfruttamento sessuale delle minori e delle donne”.

Per quanto attiene all’assistenza e alla protezione delle vittime della tratta di esseri umani, le vittime registrate nei 28 Stati membri dell’UE sono state complessivamente 30.146 nel corso del triennio 2010-2012 e l’80% era di sesso femminile; oltre 1.000 bambini-vittime sono stati venduti a fini di sfruttamento sessuale e 69 su 100 vittime registrate sono state vendute a fini di sfruttamento sessuale.

Trattasi di dati che testimoniano la gravità della situazione e la diffusione del fenomeno su larga scala.

Per le ragioni esposte, il quadro giuridico e politico riconosce la tratta come “fenomeno di genere” e la Direttiva 2011/36/UE del Parlamento Europeo ha adottato, appunto, un approccio di genere al fenomeno, riconoscendo che esso si alimenta e si diffonde anche dal suo interno, che le donne e gli uomini, le bambine e i bambini subiscono la tratta in circostanze diverse e necessitano di forme di assistenza e di sostegno attente alla dimensione di genere.

Conseguentemente, gli interventi sono stati orientati nel senso di promuovere e rafforzare il coordinamento delle operazioni tra gli Stati membri, in particolare sui temi seguenti: raccolta di informazioni, utilizzo delle indagini finanziarie, uso di internet e delle nuove tecnologie per la tratta dei bambini; questo approccio sinergico e “multisettoriale” riposa sulla consapevolezza che se le azioni devono mirare, da un lato, al contrasto ed alla repressione del crimine, devono assumersi – nondimeno – anche il compito ineludibile di prevenire e di proteggere le vittime.

Ciò che, tuttavia, non va sottaciuto è che, nella maggior parte dei casi, le politiche di controllo e le finalità repressive, messe in campo dai vari Paesi, prevalgono sulle istanze di protezione delle vittime e sull’effettività della loro tutela, precludendo, in tal modo, proprio ai soggetti più deboli e vulnerabili, la possibilità di chiedere aiuto; un dato, pacifico – ormai acquisito all’esperienza investigativa – è che le vittime, specie quelle più esposte e indifese, una volta entrate nel vortice criminale, non riescono ad uscirne se non attraverso una ferma volontà di emanciparsi dalla schiavitù e dal sopruso, purché siano supportate da specifiche iniziative volte a favorire il loro recupero e a garantirle da ritorsioni e da atti di violenza.

In tale contesto, siamo convinti che un contributo importante – pur in presenza di determinate condizioni – può essere fornito dalle stesse vittime. Tuttavia, la realtà con la quale dobbiamo confrontarci è diversa: le vittime non forniscono alcun contributo, per paura di subire ritorsioni da parte degli autori del reato, per sfiducia nelle autorità, per la scarsa (se non inesistente) considerazione e fiducia in se stesse. Solo raramente, le persone sfruttate sono disposte a sporgere denuncia contro i loro sfruttatori o a testimoniare, sebbene le loro dichiarazioni potrebbero risultare, nella gran parte delle ipotesi, decisive ai fini di individuare e condannare i criminali.

Si può, pertanto, fondatamente affermare che la nuova linea operativa da adottare non può prescindere da una strategia volta a far convergere una maggiore attenzione sulla necessità di proteggere ed assistere le vittime, certamente per finalità di tutela, ma anche – come detto – per realizzare una maggiore efficacia repressiva. Con espressione felice ed eloquente, le persone uscite da questo perverso ed aberrante circuito criminale, sono state definite “sopravvissute”, una sorta di “reduci” da una guerra di degrado fisico e morale, diciamo persone “ritornate alla vita”.

Ed invero, occorrono iniziative ed interventi che offrano alle vittime un percorso serio e credibile verso la riconquista della loro dignità e della fiducia nelle istituzioni, per fare delle scelte consapevoli sin dal momento in cui vengono identificate, ma anche nelle diverse fasi della cura immediata delle lesioni e in seguito nel periodo di transizione e, a lungo termine, con l’intervento dei servizi.

         Dobbiamo, però, ammettere le difficoltà di un simile approccio strategico; molto spesso, in tutto il mondo, le leggi e i testi normativi (non immuni da un certo “perbenismo sotto-culturale” e – diciamolo – inclini ad un disfavore concettuale e ad atteggiamenti ostili nei confronti di immigrati, prostitute e persone con disabilità) non facilitano – e talvolta ostacolano – detti interventi.

Un’ulteriore riflessione, circa le conseguenze prodotte sulle vittime di questo orribile crimine, merita sintetico svolgimento. Gli effetti devastanti sulla strutturazione psicologica ed emotiva di queste persone non potranno essere mai cancellati; pur con la cautela imposta dall’invasione nelle competenze di altra disciplina, possiamo intuitivamente ritenere che anche il più efficace sistema di giustizia non sarà in grado di sanare gli esiti permanenti di abusi e traumi che milioni di vittime della moderna schiavitù hanno sopportato.

Riprendendo le fila delle precedenti riflessioni, ribadisco che il primo passo, apparentemente ovvio, resta pur sempre quello di trovare le vittime e di fare in modo che siano fuori pericolo, anche se ciò appare sovente di ardua applicazione.

Al riguardo, occorre mettere in risalto che i governi non possono limitarsi ad attendere che le vittime si presentino a denunciare, ma devono analizzare i settori ad alto rischio, compiere uno screening delle popolazioni più vulnerabili; a tal fine, devono provvedere alla formazione permanente delle forze dell’ordine, dei magistrati e degli operatori – anche volontari – che si disimpegnano sul territorio, in modo da metterli in grado di riconoscere il traffico di esseri umani che vive e si alimenta sotto i nostri occhi.

È, altresì, di cruciale importanza che le vittime non siano trattate come criminali o perseguite per altri reati, perché trattasi di persone che hanno sopportato terribili aggressioni fisiche, psicologiche ed abusi sessuali: sono state “derubate” di tutte le loro libertà, sono persone per le quali anche un’immediata assistenza medica ed un paio di notti in un ricovero, non costituiscono una buona ragione di fiducia.

Il legislatore italiano, nel corso negli ultimi anni, ha “attenzionato” in modo particolare il ruolo della persona offesa nel processo penale con ripetuti interventi normativi, nella prospettiva, da un lato, di attuare un’efficace protezione e, dall’altro, di assicurarne il ruolo di testimoni svolto dalle stesse vittime, senza trascurare l’esigenza di contenere al massimo gli effetti della c.d. “vittimizzazione secondaria”.

Con la legge n. 172 del 2012 è stata data attuazione alla Convenzione di Lanzarote sulla “protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali”. Con la legge n. 119 del 2013 si è attuata la Convenzione di Istanbul “sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. Da ultimo, con il recente D.L.vo n. 212 del 2015, relativo ai “diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato”, è stata attuata la Direttiva Europea sulla protezione delle vittime del reato.

Le principali linee di intervento hanno riguardato: il riconoscimento di un generalizzato diritto delle vittime all’informazione individualizzata; il riconoscimento del diritto a richiedere misure di protezione; il gratuito patrocinio a spese dello Stato; la facoltà della vittima ad essere ascoltate con modalità protette, ove necessario anche con l’assistenza di uno psicologo e con la più opportuna assistenza anche affettiva, fino dalla prima fase delle indagini, anche davanti agli organi di polizia giudiziaria.

È stato introdotto un vero e proprio statuto della “vittima particolarmente vulnerabile”, categoria nella quale è stata espressamente inserita la persona che ha subito il delitto di tratta.

Per le persone che non conoscono la lingua italiana, è stato riconosciuto un generalizzato diritto all’assistenza gratuita a mezzo di un interprete che garantisca la consapevole partecipazione al processo, nonché la traduzione degli atti del processo.

Con una normativa specifica per le vittime di tratta (decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 24), si è dato risalto alla specificità della loro condizione con il riconoscimento del diritto a ricevere un indennizzo dell’ammontare fisso di 1.500,00 euro, che sarà corrisposto attraverso un Fondo annuale per le misure anti-tratta, e che si prevede debba essere alimentato anche con i proventi derivanti dalla confisca dei beni degli autori dei delitti.

Si tratta di una scelta dall’indubbio significato, anche simbolico, dal momento che riconosce il “diritto ad un indennizzo” a persone vittime di reati comuni che non sono cittadini italiani, e ciò avviene ad opera di un ordinamento che non prevede un sistema generalizzato di risarcimento dei danni da reato.

In tale contesto, siamo dell’avviso che potrebbe essere valutata, anche per le evidenti ricadute rieducative, la praticabilità di una misura accessoria, da infliggere insieme alla condanna per gli autori di tratta di persone, secondo la quale la retribuzione per il lavoro svolto durante l’espiazione della pena sia devoluta (in tutto o in parte) alle loro vittime, ovvero, in alternativa, al Fondo destinato a tutte le vittime di tratta.

Tra le più recenti e significative novità, va ricordata l’adozione nel nostro Paese – il 26 febbraio del 2016 – del Piano Nazionale Antitratta, che si caratterizza anche per un’ulteriore novità di rilievo, poiché prevede che nei confronti delle vittime di tratta e di riduzione in schiavitù sia applicabile “un programma unico di emersione, assistenza ed integrazione sociale”, già contemplato dall’art. 18 D.lgs.286/98 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) e dall’art. 13 della L. n.228 del 2003; il programma costituisce un utile strumento a tutela delle persone straniere vittime di tratta e di grave sfruttamento e potenzialmente appare idoneo a favorire l’integrazione sociale delle vittime: il suo solo limite operativo è dato dalle effettive disponibilità economiche che devono sostenerlo.

La peculiarità che rende l’istituto un modello interessante – ed anche perfezionabile – nel contesto europeo ed internazionale per la tutela delle vittime di tratta, attiene al fatto che la protezione sociale non è condizionata alla collaborazione della vittima con l’Autorità Giudiziaria, prevedendo, in via transitoria, adeguate condizioni di “alloggio, vitto ed assistenza sanitaria” e, successivamente, la prosecuzione dell’assistenza e l’integrazione sociale.

Occorre operare, in ogni caso, per favorire un processo di progressiva “emersione” del fenomeno e, a tale fine, un contribuito rilevante può essere fornito dalle organizzazioni di volontariato, dall’associazionismo e dalla cooperazione sociale, che operano da tempo nel settore e che hanno sviluppato una sensibilità ed una attenzione particolari verso le vittime di tratta.

È necessario profondere ogni forzo affinché la vittima acquisisca fiducia negli inquirenti (Forze dell’Ordine o Procuratori) e sia adeguatamente informata dei suoi diritti e del percorso che le viene offerto.

Nell’anno 2015, le vittime di tratta, ammesse nel nostro Paese a specifico programma di protezione, sono state complessivamente 712, di cui n. 599 donne: è interessante rilevare come, tra di esse, n. 647 sono maggiorenni e n. 65 sono minorenni.

Quanto alla nazionalità, n. 361 provengono dalla Nigeria, n. 88 dalla Romania, n. 50 dal Marocco, e n. 29 dall’Albania. Lo sfruttamento sessuale risulta essere il motivo prevalente, visto che riguarda n. 497 persone, mentre quello lavorativo ha coinvolto soltanto 41 soggetti.

Merita attenzione anche la prospettiva di favorire il ritorno volontario assistito nei paesi di origine, ossia la possibilità offerta ai migranti che non possono o non vogliono restare nel Paese ospitante e che desiderano, in modo volontario e spontaneo, ritornare nel proprio Paese d´origine, opportunità che è attuata dal Governo italiano in favore dei cittadini extracomunitari da oltre un decennio.

Riteniamo che potrebbe rivestire interesse la prospettiva di integrare il “programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale”, di cui si è detto, con la previsione che possa essere proseguito e completato anche nel paese di origine della vittima, assolvendo così ad una effettiva funzione di favorirne il reinserimento sociale, attraverso specifici programmi di cooperazione internazionale.

A tale fine, deve considerarsi che, nella quasi totalità dei casi, le vittime di tratta sono soggetti provenienti da contesti degradati e di estrema povertà, nei quali un ruolo decisivo può essere svolto dalla cooperazione con gli stessi paesi di origine, attraverso campagne e programmi di sensibilizzazione e di prevenzione da attuare sul territorio, in sostanza, con specifiche iniziative volte a migliorare le condizioni di vita negli stessi paesi di origine delle vittime.

Va riconosciuto che le persone vittime di tratta presenti nelle nostre città sono molte e che, sebbene siano quotidianamente sotto i nostri occhi, sembrano tuttavia “invisibili”; occorre un impegno straordinario, capace di mobilitare le coscienze delle persone di buona volontà, perché sono tantissimi i minorenni che giungono sul nostro territorio e scompaiono, perdendosi ogni traccia di essi; perché molte, troppe, sono le ragazze ed i ragazzi minori che si prostituiscono sulle nostre strade; perché non è tollerabile che nelle nostre città sopravvivano così tanti minori sfruttati, maltrattati, schiavizzati e costretti anche a lavori degradanti.

È necessario un risveglio delle coscienze, si deve sviluppare un sentimento di universale fratellanza, sul quale costruire un senso globale della giustizia, che vada oltre il singolo stato o paese, perché le vittime di tratta in ogni parte del mondo, sono tutte uguali.

Noi – in qualità di magistrati – facciamo memoria della parabola dell’Evangelista Luca, del cattivo giudice, uno “che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno” e che si decise a fare giustizia per la vedova soltanto perché gli “dava tanto fastidio …. e perché non lo importunasse continuamente”: giudice al quale non dobbiamo, neppure lontanamente, somigliare. 

Collegamenti

Atti del Summit dei Giudici 2016

Proceedings of the 2016 Judges' Summit on Human Trafficking and Organized Crime 3-4 June... Continua