Le schiavitù del 21esimo secolo e lo sfruttamento del corpo umano

#MayorsCare Summit on
Modern Slavery and Climate Change: The Commitment of the Cities

New Synod Hall, 21 July 2015

Ignazio Marino – Mayor of Rome

Buongiorno a tutti. Ringrazio il Santo Padre per aver convocato, attraverso la Pontificia Accademia delle Scienze e la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, questo seminario internazionale, coinvolgendo anche noi Sindaci su temi così urgenti.

Un grazie particolare va a Sua Eccellenza Monsignor Sánchez Sorondo, agli esperti qui convenuti da ogni angolo del pianeta e a chi, con molto coraggio, ha condiviso la propria testimonianza personale.

Scusate la mia emozione ma è assai difficile prendere la parola dopo Karla e Ana Laura. Grazie Karla, grazie Ana Laura, per averci portato le vostre ferite; ognuno di noi le porterà a casa e si impegnerà, ne sono certo, con maggiore passione.

Troppo spesso il dramma e le conseguenze del mancato rispetto dell’ambiente e dei diritti fondamentali ci appaiono come problemi certamente gravissimi, ma lontani dalla nostra realtà quotidiana, dalle nostre città, dal nostro tempo. Non è così, non è così. E oggi, anche grazie alla testimonianza di chi mi ha preceduto, ne abbiamo avuto una drammatica e tangibile prova. La schiavitù esiste ancora, nonostante sia bandita e punita nella maggior parte dei paesi. Assume molte forme e riguarda persone di tutte le età, sesso ed etnie. Le schiavitù del ventunesimo secolo sono delitti contro i diritti umani, nascono da condizioni composite e richiedono un’analisi e soluzioni congiunte.

La schiavitù per povertà, il lavoro forzato, i bambini costretti al lavoro, il dramma dei bambini soldato, il matrimonio forzato, il commercio degli esseri umani con la tratta delle donne e dei minori, lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso la prostituzione, la vendita e la pornografia… un crimine talmente orribile da meritare la durezza delle parole del Vangelo di Matteo: “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina appesa da asino e fosse gettato negli abissi del mare”.

Questi esempi, che certo non esauriscono i tanti, troppi tipi di schiavitù moderna, esistono ancora oggi, non soltanto negli slum, nelle baraccopoli, nelle discariche di luoghi che immaginiamo lontani. Esistono in mezzo a noi, in città come Roma, proprio qui a Roma, politici e amministratori corrotti che, nel passato recente, hanno sfruttato il dramma dei migranti per arricchirsi, dimostrando di considerare le persone, per di più in condizioni di estrema fragilità, come merce di scambio, semplici oggetti a cui assegnare un prezzo. Si sono serviti dei poveri, anziché servire i poveri, per usare le parole di Papa Francesco. La giustizia sta ora perseguendo i colpevoli e la nostra amministrazione lavora per ristabilire accoglienza, umanità e trasparenza nei servizi sociali.

Oggi, però, vorrei parlare di un diverso tipo di schiavitù moderna, ricordato anche in quel biglietto scritto a mano da Papa Francesco, una schiavitù che ho avuto modo di conoscere nel mio percorso professionale precedente all’impegno di Sindaco, un’ingiustizia contro la quale ritengo che sia possibile e doveroso agire più concretamente: la compravendita di organi per trapianto. È una forma particolare di tratta di esseri umani molto complessa e più difficile di altre da denunciare. Pur essendo internazionalmente vietato, il rischio più grande è quello di considerare il traffico degli organi alla stregua di una leggenda metropolitana. Invece, è un mercato secondario solo nel senso che non ha ancora guadagnato l’attenzione sufficiente. Proprio per questo, però, sta guadagnando molto spazio all’interno delle attività criminali. È provata l’esistenza di un commercio internazionale di organi, sia in forma di compravendita tra adulti consenzienti, sia in forma di viaggi di benestanti, che si recano in alcuni paesi per ricevere un trapianto illegalmente.

In base ai dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la maggior parte dei trapianti illegali sono effettuati in Cina, India e Pakistan e riguardano soprattutto reni, che costituiscono il 75% del commercio illegale. Ogni anno, in tutto il mondo, se ne verificano 10.000, più di uno ogni ora. Da quanto abbiamo aperto i nostri lavori questa mattina, ne è avvenuto almeno uno. La nuova frontiera dei broker è l’Africa, dove la povertà spinge le persone ad affidarsi ad intermediari privi di scrupoli. Ovviamente, sono solo i più poveri gli unici disposti a sottoporsi ai rischi di un intervento chirurgico per denaro. Tuttavia, chi commette questo crimine proviene da ognuno dei nostri continenti, da tutti i continenti della terra.

Negli ospedali dei diversi paesi dove ho lavorato come chirurgo dei trapianti, ho visitato migliaia di pazienti disperati, alcuni in fin di vita, altri provati da anni di emodialisi. La prima domanda che ognuno di essi mi faceva, dopo essere entrato in lista d’attesa, era: “Quando arriverà l’organo per me?”, “Quando avrò il mio trapianto?”, “Quando tornerò a vivere?”. Questa comprensibile ansia può far avanzare l’idea di cercare scorciatoie, anche quando si è consapevoli che ciò possa essere rischioso sotto il profilo medico e immorale sotto quello etico.

Ma la necessità personale di un ammalato, anche quando rischia la vita, non può mai giustificare lo sfruttamento del corpo di un altro essere umano, anch’egli disperato e comunque più debole, perché economicamente svantaggiato. Nella decisione di donare in organo, in vita o dopo la morte, non ci può essere spazio per valutazioni che tengano conto di una contropartita economica. La donazione da vivente, fra familiari, o fra persone con chiaro e stretto vincolo affettivo, è un gesto straordinario, il cui valore è riconosciuto dalle diverse fedi religiose e dal mondo laico.

Nonostante gli incredibili progressi compiuti dalla medicina dei trapianti, non vi è stato un sufficiente aumento delle donazioni. Per tentare di ovviare a questa cronica carenza di organi, alcuni paesi hanno fatto scelte molto discutibili eppure non manca chi teorizza che la vendita di un organo debba essere giudicata come una risposta concreta per ridurre drasticamente le liste d’attesa, e lo dico a poche settimane da un importante viaggio del Papa, quello negli Stati Uniti. Un esempio fra tutti è proprio quello degli Stati Uniti, dove il mondo scientifico, in parte, propone di discuterne al Congresso, affermando che potrebbe essere una scelta pragmatica per tutti: per chi ha comprato un rene, per chi uscirà dalla schiavitù della dialisi e potrà tornare a una sua vita serena, e per chi lo ha venduto, perché con il denaro guadagnato potrà risanare i propri debiti, aiutare la famiglia e magari mandare un figlio all’università.

Invece, la vendita degli organi non costituisce mai uno strumento a lungo termine per l’emancipazione dalla miseria. Uno studio pubblicato nel 2002 dal Journal of the American Medical Association ha dimostrato che chi vende un rene peggiora le proprie condizioni. Su 305 persone che hanno venduto il proprio rene, a sei anni dall’operazione la condizione di povertà era peggiorata e i loro debiti aumentati.

Ritengo che questo crimine contro l’umanità si possa contrastare solo disincentivando la domanda e combattendo le condizioni che favoriscono l’emergere dell’offerta nei paesi più poveri. Agire sulla domanda significa, nella pratica, stabilire pene severe sia per chi torna dall’estero con un organo acquistato illegalmente, sia per chi presta loro assistenza nel paese di origine. Ciò che serve internazionalmente è fare, del traffico degli organi e della mercificazione di parti del corpo umano, un tabù inviolabile.

Per questo oggi siamo qui riuniti, uomini di fede e amministratori. Insieme, possiamo operare un cambiamento concreto. È nostro dovere farlo. Come Sindaci, dobbiamo impegnarci all’interno delle nostre comunità per ridurre la vulnerabilità di persone a rischio di divenire vittime delle conseguenze di nuove forme di schiavitù.

So che i lavori di oggi faranno emergere riflessioni preziose e proposte concrete. Per questo auspico che il nostro, oggi, sia solo il primo di una serie di incontri. Mi onorerebbe poter ospitare a Roma, tra due anni, il prossimo appuntamento per costruire una consuetudine di dialogo e confronto fra chi condivide progetti di pianificazione e promozione di politiche metropolitane per un’ecologia integrale umana e ambientale.

Grazie della vostra attenzione.

 

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